Albergo Montuori: la storia di un’accoglienza che attraversa le generazioni
Ci sono luoghi che si visitano e luoghi che, invece, si “sentono”.
Luoghi che non si limitano a offrire una camera, un pasto o un panorama, ma che lasciano dentro una traccia fatta di profumi, sapori, immagini, emozioni, ricordi e relazioni.
L’Albergo Montuori, a Pimonte, è uno di questi.
Per raccontarlo bisogna partire dal territorio. Pimonte sorge sui Monti Lattari, anticamente conosciuti come Monti Sireniani, una denominazione che richiama una storia antica, fatta di paesaggio, tradizioni e memoria. È una memoria raccontata anche da Andrea Grosso nel suo “Il canto delle terre antiche”, nel quale il territorio e le sue tradizioni diventano parte di una narrazione collettiva.
Proprio qui, a metà dell’Ottocento, la tradizione locale colloca la nascita del fiordilatte di Pimonte, legato alla ricchezza del latte prodotto su questi monti (lo decantarono già Plinio il Vecchio, Cassiodoro, Galeno e tanti saggi del passato).
Una storia gastronomica che sembra anticipare quella dell’Albergo Montuori: prima il latte, il lavoro della terra, i formaggi e il sapere tramandato; poi, nel 1896, la nascita della struttura.
All’origine era una stazione di bivacco, cioè un luogo destinato alla sosta dei viaggiatori (ancora in carrozze trainate da cavalli, la Statale per Agerola appena costruita): ci si fermava per riposare, rifocillarsi e poi riprendere il cammino.
E forse è proprio questa la prima parola che accompagna tutta la storia Montuori: “accoglienza”.
Oggi Michele Montuori rappresenta la terza generazione di albergatori della famiglia e racconta con orgoglio che la loro licenza storica era la seconda, preceduta soltanto da quella del celeberrimo Bar Gambrinus di Napoli.
Ascoltando Michele si comprende presto che la storia dell’Albergo Montuori non è fatta soltanto di date e riconoscimenti.
È fatta soprattutto di persone.
I fratelli sono Michele, Aniello, Assunta, Antonio e Camillo (quest’ultimo scomparso prematuramente). Una famiglia nella quale ciascuno ha contribuito, e continua, indomito, a farlo, alla costruzione di quella particolare forma di ospitalità che qui si percepisce immediatamente.
Michele è affiancato dalla moglie Nunzia, farmacista, che nonostante la propria professione riesce a dedicarsi con amore agli ospiti. C’è Aniello, sempre presente e attento in sala, insieme alla moglie Carolina. C’è Assunta, che si occupa della biancheria, lavandola e stirandola: un lavoro discreto, ma indispensabile condiviso col marito Gaetano (un “tuttofare). Antonio, fondamentale per la storia della cucina, genuina e raffinata: è da lui che Giampiero e Giovanni hanno appreso e esteso l’arte della gastronomia.
Non soltanto ricette, ma un sapere fatto di esperienza, attenzione alla materia prima e rispetto per ciò che arriva sulla tavola. Ll’addore ‘e areteca e uoglio piccante te trase dint’ ‘o core … spugnille ‘e pummarole, robba paisana eppure elegante …
E poi c’è Giovanni, diventato padre da pochissimo. Una nuova generazione che nasce mentre un’altra continua a custodire ciò che ha ricevuto.
Salendo ancora, verso la piscina, incontriamo anche Antonio e Anna, figli della sorella di Michele e Aniello e rappresentanti della quinta generazione. Giovani che hanno ereditato il sorriso, la cordialità e soprattutto quella disponibilità che significa essere pronti ad ascoltare e per risolvere ogni problema.
È questo che colpisce: nella famiglia Montuori non sembra essere stato tramandato soltanto un albergo. È stato tramandato un modo di stare con gli altri.
E qui il mio sguardo di psicologa, attraverso la prospettiva PNEI, incontra naturalmente questa storia. La PsicoNeuroEndocrinoImmunologia ci invita a guardare alla persona nella sua complessità, considerando l’intreccio tra corpo, emozioni, sistema nervoso, ambiente e relazioni.

E quale esperienza può rappresentare meglio questo intreccio di una tavola condivisa?
All’Albergo Montuori il cibo non viene semplicemente servito. È raccontato.
Michele racconta che alcune persone non ricordavano il nome di Pimonte, ma dicevano: «Dove si mangiano le pennette con le noci».
Una frase bellissima perché racconta come un luogo possa entrare nella memoria attraverso un’esperienza sensoriale.
Non sempre ricordiamo un paese per il suo nome. A volte ricordiamo un sapore.
Un profumo.
Una persona.
Una tavolata.
Un momento nel quale ci siamo sentiti bene.
E poi arriva la carne. Michele ci guarda e domanda: «Ma sapete cos’è la Scottona?»
Da una domanda nasce un altro racconto … la Scottona è la bovina che ha partorito una volta e che in napoletano viene chiamata annecchia.
La carne che ci viene servita è tenerissima, delicata, cotta in modo perfetto. Così, dopo aver ascoltato Michele, non stiamo più soltanto mangiando una pietanza. Stiamo entrando nella cultura di una famiglia.
È questa, forse, la differenza tra nutrirsi e vivere un’esperienza gastronomica: il cibo diventa racconto, memoria e relazione.

Anche la colazione racconta la stessa filosofia. Il buffet è preparato completamente dalla famiglia. Tra le proposte c’è una marmellata di arance, particolare e quasi unica nel suo genere.
Osservando i Montuori mentre parlano del cibo, si vede quanto siano coinvolti nelle loro scelte: ognuno sembra illuminarsi quando “narra” la materia prima, la preparazione, la qualità.
Non è soltanto ciò che arriva nel piatto.
È la cura che lo precede.
È il tempo dedicato.
È la passione.
È il desiderio di offrire all’ospite qualcosa che abbia un significato.
E anche questo, nella mia lettura di psicologa, può diventare parte di un’esperienza di benessere: non perché un alimento possa essere definito automaticamente terapeutico, ma perché il mangiare coinvolge contemporaneamente corpo, sensi, emozioni, memoria e relazione.
Poi si sale in piscina: il paesaggio diventa poesia.

Le rondini sfiorano l’acqua, il cielo si apre, il panorama accompagna lo sguardo e mangiare in piscina diventa quasi un culto.
A preparare le pietanze c’è lo chef Giampiero, che, per come viene descritto dalla famiglia, prepara ogni piatto come se dovesse servire il re (non a caso si diceva dei piatti prelibati: chist’ pò ghì ‘nnanz’ ‘o Rre!).
Anche qui ritroviamo la stessa eredità di Antonio: la cucina come sapere, ma anche come attenzione e rispetto.
Il panorama? Di giorno il verde delle colline, gli ulivi, il mare lontano.
Di sera le luci diventano diamanti disseminati nella distanza e Napoli sembra quasi il tesoro di San Gennaro, prezioso e luminoso, custodito dalla notte. È un paesaggio che non si guarda soltanto.
Si respira!

Anche questo è benessere: concedersi una pausa, rallentare, lasciare che i sensi siano coinvolti da ciò che abbiamo davanti.
Non una promessa terapeutica, ma un’esperienza piacevole che può trasformarsi in memoria.
Ed è proprio la memoria il filo che unisce tutta questa storia.
La memoria del territorio.
La memoria del fiordilatte.
La memoria della stazione di bivacco del 1896.
La memoria delle ricette, delle persone, di Camillo.
La memoria di un sapere che Antonio ha trasmesso a Giampiero e Giovanni, dell’accoglienza che oggi continua attraverso i giovani Antonio e Anna.
Forse il vero patrimonio della famiglia Montuori non è soltanto l’albergo.
È il saper fare che passa dalle mani di una generazione a quelle della successiva.
È la cura della biancheria di Assunta. È l’attenzione di Nunzia e Carolina.
È la presenza di Michele e Aniello, la cucina di Antonio, Giampiero e Giovanni. È il sorriso di Antonio e Anna.
È la memoria di chi non c’è più.
È il desiderio di far sentire l’ospite accolto.
E allora comprendiamo che quella che nel 1896 era una stazione di bivacco continua, in qualche modo, a svolgere la sua funzione più profonda, quasi alchemica.
Un tempo offriva al viaggiatore un luogo dove fermarsi prima di continuare il cammino. Oggi offre qualcosa di più: un luogo nel quale fermarsi e vivere un’esperienza.
Guardare. Mangiare. Ascoltare. Ricordare. Incontrare. Sentirsi accolti.
Alla fine, forse, questo è il vero lusso.
Non avere tutto.
Ma sentire che qualcuno ha pensato a te.
È sedersi a tavola senza fretta, ascoltare Michele raccontare una pietanza.
È assaggiare le penne tre con le noci e scoprire la storia della Scottona.
È incontrare una famiglia che ha trasformato il lavoro in tradizione e la tradizione in accoglienza.
È guardare il golfo dalla collina, immaginandone la parte nascosta dietro la collina del Pendolo, dove una grande Croce in ferro sembra invitare a raggiungere terre vicine dove ancora gheppi e poiane e falchi e tassi e volpi e cinghiali scelgono di vivere e planare in terre di biodiversità immensa.

È ascoltare le rondini sfiorare l’acqua.
È fermarsi.
E, per un po’, semplicemente stare bene.
Ah! Gli archi dell’acquedotto Borbonico (forse restauro di uno Romano), accanto al parcheggio. Seguirne il percorso verso Stabia, i Cantieri, attraverso castagneti secolari è una ulteriore magia che ti “viaggia” tra passato e presente! Buon ritorno!
